Salvatore Iannone
Un compagno straordinario, persona semplice, educata che nel campo di calcio mantenendo il suo self-control sapeva trasformarsi in leader e grande trascinatore.
Salvatore nei ricordi dell'amico Gregorio Calabretta...
Non so esattamente quando ho conosciuto Salvatore. Ho provato a rincorrere i ricordi fin dove è stato possibile, senza trovarlo. Lui starà lì, oltre quella siepe che il mio recinto non mi consente di percorrere. Eravamo troppo piccoli. Ma non ho dimenticato i giorni trascorsi assieme, in classe e fuori. Nonostante il tempo, essi continuano a pulsare la vita de' Praianèdi
Mi riportano il sorriso di quanti mi hanno aiutato a crescere, come i nostri vicini dirimpettai, Vicenzu 'e Cristina e sua moglie Teresa, sorella di quel signore che era Paolo 'e Benedittu, marito di Maria 'e Pasqualina, nostri vicini a Villa Ciluzzi.
Gente semplice, abituata a sudarsi quel tozzo di pane.
La stessa che dopo una vita trascorsa incurvando la schiena da una campagna all'altra, era riuscita ad assicurare un tetto alla propria famiglia.
Erano gli anni in cui le serate estive dei grandi trascorrevano frischijàndu ( come riportato brillantemente da Domenico Mosca in "Frischijàmu"), mentre i piccoli ci incantavamo a guardare il luccichio de' vampulìdi, le lucciole.
Il resto dell'anno piccoli e grandi lo trascorrevamo aspettando 'a hera 'e novembra: noi, per fare un giro nel mondo e scoprire che eravamo capaci di attraversarlo; i grandi, per comprare il maiale e scoprire che l'anno prima quel mondo era meno caro.
Si aspettava la fiera anche per avere un ricambio.
" A ma' e 'u pantalòna non m' 'u 'ccattasti, c'ava tri misi chi l'haiu bucatu?"
"'A hera chi bena fìgghiu, ca chist'annu cùstanu cari."
Passata la fiera, ognuno riprendeva le proprie abitudini, i grandi nelle campagne e i piccoli in classe.
Alle elementari Salvatore era un compagno particolarmente silenzioso.
Le poche volte che interveniva era preciso, ironico.
Ma se il nostro maestro Aversa si lasciava andare a commenti sul calcio, egli si trasformava nell'allievo più loquace...
Preparatissimo, Salvatore era l'unico capace di rispondere pure a domande su calciatori di squadre minori.
Sembrava un'enciclopedia. Tanto che il maestro per dissipare i suoi dubbi, dopo aver consultato il suo immancabile quotidiano, aveva preso l'abitudine di rivolgersi ogni giorno a lui.
Quando si parlava di calcio i ruoli si invertivano e il maestro diventava Salvatore.
E noialtri zitti e incantati dal nostro compagno. Era così piacevole ascoltarlo parlare di calcio, che mi sentivo fortunato ad averlo in classe con me.
All'intervallo aspettavamo con ansia che bussasse la bidella, la signora Concetta, che ci portava una ceste di panini.
"Tu, com ' 'u voi?"
"Cu' mortatèlla, anzi no, cu' formagginu."
"E tu?"
" Cu' mortatèlla.»
"Eu cu' formagginu."
"Cuncè, pe' favòra m' 'u potìti cangiàra?"
E Concetta, con l'affettuosa pazienza di una nonna, cercava di accontentarci a tutti.
Quelle colazioni avevano un sapore particolare. Non erano ripieni solo di mortadella o formaggino, ma rappresentavano tutto ciò che a casa non eravamo abituati ad avere.
Con Salvatore prendevamo spesso due ripieni diversi per poi dividerceli a metà, così da assaggiare entrambi i farciti.
Quando suonava la campanella che segnalava la fine delle lezioni, verso la metà degli anni '60, ci schieravano per due e uscendo dalle classi dovevamo cantare a squarcia gola fino al cancello "Il Piave", "Addio mia bella, addio", " l'Inno di Mameli".
A me e Salvatore ci mettevano assieme, forse perché eravamo entrambi stonati.
Scendevamo le scale mano nella mano ed era difficile non ridere. Cercavamo di non alzare troppo il tono della voce per nascondere le stonature, ma il supervisore di tutti i canti, il maestro Amoruso e il fiduciario Mellace, ci incitavano a tirare fuori tutto il fiato. Così diventava difficile trattenere le risa, nonostante qualche scappellotto.
Al pomeriggio Salvatore veniva vicino casa mia, "al marciapiede", in via Cristoforo Colombo, dove viveva sua nonna.
Nella stessa via, ci ritrovavamo a giocare a pallone coi fratelli Virgilio, Maurizio e Dante, con Totò Froio, 'u Babbu, con Gianni Posca, l'Americano, appena arrivato dal Canada. Ogni tanto venivano anche Giovanni e Rocco, due fratelli di Salvatore Iannone, con Mimmo Carello, nipote do' Guerciu, e mio fratello Giuseppe. Mentre Franco, il figlio di Giuseppina, ci guardava dalla porta di casa.
Quando si facevano le squadre io speravo di capitare con Salvatore 'u Picozzu, così soprannominato. Seppur esile, Salvatore era fortissimo. Sapeva giocare sia avanti che dietro e aveva un fiuto dell'anticipo straordinario. E poi non si rivolgeva mai con termini offensivi verso un compagno; anche nei rimproveri era discreto.
"Mi raccomando, la palla passiamola subito, di prima, di prima."
Non giocavamo in silenzio e i vicini se ne accorgevano presto.
Una delle prime a protestare era la comare 'Ngiala da' Vinèda, che temeva per la sua vetrata. Dopo varie minacce, infastidita, 'Ngiala lasciava la sua casa bassa e a passo svelto e andava in piazza a chiamare Cicciu 'u Guardia. Ma quando questi arrivava, il pallone lo avevamo già fatto sparire. Allora Ciccio si infastidiva e ribadiva in tono minaccioso:
"Ccà non si joca. Si voliti 'u jocàti c'è 'u chjiànu. Ca è tantu randa..."
" 'Nc'è 'u chjianu, 'nc'è 'u chjianu", riprendeva 'Ngiala, "Ch'è tantu randa, è randa."
Così pian piano abbiamo spostato il nostro campo al piano, dove abbiamo conosciuto altri Iannone e altri Carello. Il posto però era sempre occupato dai più grandi e allora ci toccava aspettare che finissero. O sperare che mancasse qualcuno e ci facessero entrare. E Salvatore era sempre il primo ad essere invitato.
Quante partite e sfide: 'u Chjianu contro 'u Paìsa. Sacchetti contro Praianèdi. E i tornei coi fratelli Romeo, i fratelli Torchia, gli Anania, i Iannone, i Ciccarello, Mercurio, i Voci, Froio, Mirarchi, Narciso, Mantella, Lombardo, Cancian, Amoruso, Bartolotti, Stanizzi, Gentile.
Sognavamo solo quel pallone, nient'altro, e corrergli dietro ci rendeva spensierati, liberi.
Nonostante il campo più grande, Salvatore continuava ad essere dappertutto.
Era fenomenale e sembrava che non facesse alcuna fatica a correre. E quando doveva mettere gli attaccanti in condizione di segnare, il passaggio arrivava preciso e filtrante o un cross alto e teso. Ne sanno qualcosa Claudio Tremaliti e Agazio Carello.
In campo era un osso duro, ma leale come pochi. Non amava perdere, come nessuno del resto, ma quando capitava non iniziava a tirare calci nelle gambe come facevano altri.
Era un vero sportivo, nel senso più nobile del termine, un capitano.
Presto si accorsero delle sue doti le squadre vicine, poi arrivò fino in Sicilia e in Campania.
Molti anni dopo chiesi ad Adriano Banelli, che lo allenava a Sambiase, cosa pensasse di Salvatore.
"Salvatore Iannone ‘’è bravissimo. Se avesse potuto far parte già da bambino di una squadra organizzata, probabilmente avrebbe fatto una gran bella carriera".
Un altro appuntamento imperdibile con Salvatore e gli altri amici del quartiere, era il giorno prima della Fiera di San Gregorio, 'a hera 'e novembra.
Facevamo sempre una passeggiata per le vie del paese per vedere quali heràri fossero arrivati.
Ce ne andavamo in giro, passando da vinèdi in vinèdi, preceduti dalla voce di Turi 'u Capitanu chi iettàva 'u bandu, annunciando i mègghjiu mastazzòli e turrùni 'e Soriano, il simbolo da' hera.
Per le vie era tutto un rincorrersi di odori, da Sacchetta a sutta l'Archi, do' Calvariu vecchjiu al nuovo, 'u paìsa friìa pipi e patati, bolliva pignati 'e fagioli, preparava verdure cotte e soffritte con l'aglio e peperoncino. In piazza invece regnava lo spezzatino 'e Cuncetta 'e Giosi, mia nonna, che cercava di accontentare tutti i mercanti che le chiedevano un piatto caldo e del buon vino, servito da Peppi 'e Ciampa, mio nonno. Le botteghe del vino in quei giorni pullulavano di gente e affari e per questo le donne erano munite di capaci ripostigli nei reggiseni.
Noi piccoli invece ci accanivamo alla ricerca della trottola migliore, 'u strùmbulu.
Poi iniziai ad aiutare mio padre, impegnandomi con lui ad innaffiare i giardini di Copanello, la sera rientravo a casa che era già buio.
Ma quando le partite le organizzava Salvatore, veniva a cercarmi:
" Gò, domani vuoi venire a giocare al piano?"
"Sì, ma non so se posso, Salvatò, devo andare con mio padre a Copanello."
" Pure domani che è domenica?"
"Sì. Ma aspetta che vado a chiedere a che ora torniamo."
Mio padre per accontentarmi cercava di farmi rientrare prima, ma c'era il rischio che arrivavamo in paese quando la partita era iniziata. E il mio timore lo condividevo con Salvatore.
"Non ti preoccupare, Gò, se tu vieni sicuro, io trovo qualcun altro per sostituirti e appena arrivi, entri.
Il pomeriggio seguente arrivavo al campo correndo. Trovavo la partita già iniziata e subentrava il timore che per giocare dovevo aspettare la fine del primo tempo. Ma come mi scorgeva, Salvatore faceva cenno di uscire a colui che mi sostituiva ed io potevo giocare. Ed ero felice.
Anche per questo mi sono sempre considerato fortunato di aver goduto della stima di un compagno come Salvatore, un buono. Condividere la mia infanzia con lui è stato un bel privilegio.
Ora non so se da quelle parti ci sia un campo di calcio, ma se c'è Salvatore lo avrà già trovato.
Ed è fuori che aspetta il cenno di qualcuno per entrare. Ma non dovrà attendere molto perché anche lì sarà giunto l'eco della sua bravura.
"Ciao Salvatò".