Leo Scicchitano

Personaggio di spicco della vita quotidiana di Stalettì

Amato ed amico di tutti… in quanto Leo aveva sempre il sorriso in volto.

Ha dimostrato negli anni di avere tanta passione per la recitazione  e ancor di più di stare in compagnia a chiacchierare.

Le sue caratteristiche umanitarie lo rendevano felice e a noi amici oggi rimangono solo bei ricordi.

Grazie alla sua passione e alle molteplici apparizioni in varie commedie teatrali, l’Associazione del Laboratorio della Solidarità di Staletti ha voluto realizzare una commedia, scritta e diretta da Lucia Sinopoli tutta dedicata al caro Leo.

Di seguito riportiamo due aneddoti scritti da Gregorio Calabretta che per primo lo ha voluto al suo fianco in molteplici rappresentazioni.

Leo nei ricordi del Regista Gregorio Calabretta

Ho conosciuto Leonardo Scicchitano a fine 1992 o all’inizio del ‘93.

Ero stato invitato dall’ingegnere Totò Froio e dal professore Pino Iannone a recitare nell’Opera di Cristo e nonostante le mie iniziali titubanze, mi sono ritrovato sul palco. Lui era uno degli interpreti: un soldato e il gallo che da fuori scena avvertiva Pietro.
Si divertiva, rideva e noi con lui...


Durante la lavorazione dello spettacolo, uno di quei pomeriggi, lo vidi in un bar, accanto a signori impegnati a giocare a carte.
«Linà va’ pigghjàmi ‘na birra.»
E, sorridente, lui andava.
«Linà e vafanculu ‘u bicchèri ‘on m’‘u portasti?»
E, sempre sorridente, Linardu tornava al bancone a prendere il bicchiere.
«Linà e vafanculu ‘a chjiàva!?? Comu l’aparu?»
Tra le sue risa e quelli di tutti i presenti, lui andava e veniva. Comandato a bacchetta e sempre con un’offesa. Lui andava e veniva. La scena è durata per tutto il quarto d’ora ch’io sono stato lì dentro.
Quegli sberleffi li ho avuti davanti a lungo. Si ripresentavano ogni volta che lo incrociavo. E più mi sorrideva, più mi tagliava l’anima.
Tempo dopo, quand’ho deciso di realizzare il mio primo spettacolo, Linardu è stata la prima persona che ho invitato. Non sapeva leggere, la parte la imparava oralmente a furia di ripeterla dopo ogni mia lettura. E lui si divertiva. Non voleva essere richiamato davanti agli altri, per cui le sue battute le memorizzavamo già prima dell’inizio delle prove. E quando incontrava gli altri attori si divertiva a ripetere loro:
«Va’ ‘mbizzati ‘a parta va’, c’‘a mia eu già m’‘a ‘mparàvi.»
Era felice. Sempre sorridente e pronto a dare una mano a tutti.
Le prime scenografie, realizzate dall’amico Totò Froio, prevedevano durante la fine del primo atto un cambio scena. I pannelli si dovevano schiodare e rigirare. In genere lo facevamo tutti gli uomini presenti.
Un pomeriggio, Linardu mi ha chiesto il permesso d’andare alla scuola materna a capovolgere tutti i pannelli e preparare da solo la scena. E quando la sera siamo arrivati, era tutto perfetto e lui ci aspettava sorridente. Gli amici addetti a quell’impegno, giustamente infastiditi - perché avevano trovato sui montanti qualche decina di chiodi in più - mi hanno riportato qualche rimbrotto. Avevano ragione. Abbiamo rischiato di perdere più tempo del dovuto per tirare quei chiodi e cambiare la scena. Ma la soddisfazione di Linardu non valeva qualche minuto in più? Aveva fatto tutto da solo! Aveva dimostrato d’essere capace di fare qualcosa d’ importante.
Da allora la birra ai tavoli non l’ha più portata.
Quando abbiamo realizzato il nostro piccolo teatro a chi potevano andare le chiavi di quel gioiellino se non a Linardu?!
Stargli vicino ha voluto dire tante cose, soprattutto imparare ad amare il prossimo, perché Linardu è stato un Uomo molto buono. Infinite le dimostrazioni d’affetto per me, la mia ex moglie, Tina, per i nostri figli. Giornate, settimane, mesi interi, oltre vent’ anni assieme.
“Va’ zzàppati ‘a vigna” ripeteva quando qualcuno lo infastidiva. E rideva. Rideva con tutti.
A lui ho dedicato il mio “Raffaelino”.
Non so se gli sarà possibile sentire queste note. Immagino che sia con sua madre, magari a ballare la tarantella, come quella che ha danzato con lei al nostro primo spettacolo. La madre, vedendolo in scena con un sottofondo musicale popolaresco, si è catapultata sul palco. Interrompendo, tra l’imbarazzo generale, la rappresentazione. Ha chiesto di ballare una tarantella con figlio, dedicandola alla felice memoria del marito. E hanno ballato. Linardu era il più mortificato, ma quando ha capito che è stata una cosa bella, ha ricominciato a sorridere e divertito ripeteva: «È brava ‘a mamma, eh?! È brava ‘a mamma.»
Spero che l’amministrazione comunale gli dedichi, come merita, l’intitolazione di una via.

“ Quasi quasi mi spusu ”

In questo mio spettacolo Leonardo Scicchitano interpretava un postino... Non sapeva leggere, ma memorizzava facilmente le sue poche frasi. In una delle sue scene, doveva bussare e consegnare la posta...

« Bongiornu. Arrivàu ‘na lìttara e ‘na cartolìna. »
Dall’ultima battuta che precedeva il suo ingresso, un giorno mi accorsi che c’era un leggero vuoto e gli suggerii di riempirlo con un fischiettio, tipico di alcuni portalettere. Si indispettii e risentito, fece agli altri attori:
« Mamma quantu cosi chi penza!... Chissu ‘a notta ‘on dorma ».
Si allontanò ed entrò senza nessun fischio.
Ecco, se c’era una cosa che non tollerava erano i cambiamenti del copione. Dopo aver memorizzato una scena, guai a cambiarla!
Alle successive repliche sorrideva e aspettava che fischiassi io. Poi bussava.
Ero stato io a sbagliare, Leonardo non sapeva fischiare.

Ciao Linà, sempre nel cuore.